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Il paradosso dell’obesità: è vero che chi è in sovrappeso ha una sopravvivenza maggiore?

Secondo alcuni recenti studi, sembrerebbe che le persone in sovrappeso o leggermente obese sopravvivano più facilmente a insufficienza renale, problemi cardiaci, diabete e disturbi coronarici rispetto a chi è considerato normopeso; ciò è emerso soprattutto dopo un ambulatorio cardiaco importante o un evento cardiaco, quale un infarto.

Si è parlato così di paradosso dell’obesità, come l’hanno definito Carl J. Lavie, cardiologo statunitense, e Kristin Loberg. Esso è basato sul fatto che, secondo alcuni studi statistici, le persone con indice di massa corporea (BMI, Body Mass Index) nella fascia del sovrappeso sembrerebbero essere più “sane” di quelle con indice di massa corporea nella fascia bassa dei livelli normali, nonostante l’obesità sia un fattore di rischio importante nello sviluppo di malattie cardiache e vascolari periferiche.

Il paradosso egualmente indica che i pazienti obesi tendono a superare meglio determinate procedure chirurgiche, quale la chirurgia di esclusione di arteria coronaria per i bloccaggi multipli dell’arteria nel cuore, rispetto alle persone non obese.

Da una meta-analisi della State University di New York, che ha raccolto i dati di 36 precedenti studi a riguardo, in soggetti con basso indice di massa corporea con precedenti eventi cardiovascolari, il rischio di infarto miocardico e conseguenze fatali era doppio rispetto alla popolazione generale, mentre negli obesi è risultato 20% più basso rispetto ai normopeso.

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Secondo il New York Times, tuttavia, la perplessità dei ricercatori riguardo questi risultati potrebbe essere fondata, soprattutto perché l’obesità viene valutata tramite un indice sbagliato e non universale. In altre parole, il paradosso potrebbe essere semplicemente dovuto al fatto che valutiamo sovrappeso e obesità con l’indice sbagliato.

Un secondo studio della University of Queensland School of Medicine di New Orleans ha valutato come la costituzione corporea, intesa come rapporto tra massa grassa e massa magra, incida su BMI e mortalità, coinvolgendo 47.866 soggetti con una forma di insufficienza cardiaca. Anche in questo caso, l’obesità è apparsa paradossalmente un vantaggio nei confronti della mortalità. Tuttavia, andando a considerare la distribuzione di grasso corporeo, si è visto come il rischio scenda del 29% quando la massa magra è alta.

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La composizione corporea, come sostiene anche Carl Lavie, ha un ruolo fondamentale nello spiegare il paradosso dell’obesità. Ogni volta che si analizza il potenziale effetto protettivo del grasso corporeo, infatti, non si può trascurare la massa magra. Perciò, possiamo concludere che, ad alti BMI, la massa grassa resta comunque associata ad alta mortalità cardiovascolare.

Come spiega all’Abc John Dixon, ricercatore del Baker Idi Heart and Diabetes Institute, l’indice di massa corporea (BMI) è un indicatore poco accurato, che risente di svariati parametri confondenti, come sesso, età e altri problemi di salute.

Il BMI è calcolato tramite il rapporto tra peso (espresso in kg) e quadrato dell’altezza (espresso in m2): secondo i criteri attuali, definiti nel 1998 dal National Institutes of Health, un BMI < 18,5 indica una condizione sottopeso, mentre un BMI > 30 indica una condizione di obesità.

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Al peso corporeo, inoltre, contribuiscono muscoli, ossa, acqua e grasso, perciò il BMI, da solo, è una misura imprecisa di quanto sia sovrappeso una persona (altrimenti palestrati e body-builders risulterebbero sempre obesi per il semplice fatto che il muscolo pesa più del grasso stesso).

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Un altro fattore cruciale è la distribuzione del grasso in eccesso: l’obesità addominale (o viscerale), infatti, favorisce l’insorgenza di insulino-resistenza, ipertensione, diabete, dislipidemie, disturbi cardiovascolari e disfuzioni erettili, al contrario dell’obesità generale. Perciò, soggetti con alto BMI e fisicamente in forma possono avere una mortalità inferiore solo se paragonati a soggetti con un BMI più basso, ma adipociti scarsamente funzionanti, quali quelli del grasso viscerale.

Secondo Joseph Proietto, professore di medicina alla University of Melbourne, un’altra spiegazione a questo paradosso sarebbe da ricercarsi nel fatto che le persone sovrappeso, essendo più a rischio, si sottopongano a più controlli e trattamenti rispetto alla popolazione generale.

Una spiegazione definitiva, quindi, non è ancora stata data, ma, usando le parole di Sadiya S. Khan, che ha condotto alcuni degli studi presentati a riguardo: “Mantenere un indice di massa corporea nel range di normalità è associato a una vita più lunga, più sana e con meno rischi di insorgenza di patologie cardiovascolari”.

Bibliografia

http://www.criticalcare.theclinics.com/article/S0749-0704(10)00036-9/abstract

http://eurheartj.oxfordjournals.org/content/30/14/1720.full.pdf

http://www.frac.org/pdf/Paradox.pdf

http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0002914906011866

http://www.cardiology.org/projects_vet_3_3629744136.pdf

http://www.scielo.org.ar/pdf/rac/v80n2/en_v80n2a16.pdf

http://www.amjmed.com/article/S0002-9343(11)00328-7/abstract

https://www.galileonet.it/2014/04/cose-il-paradosso-dellobesita/

https://www.wired.it/scienza/medicina/2018/03/01/paradosso-obesita-vivere-lungo/

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24438732

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4048872/figure/F1/

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